Io so come tenere una rosa mentre si aspetta la donna amata in aereoporto.
Solo due dita sfiorano lo stelo per non cangiare il verde acceso in uno smorto e militare. L'attenzione alle spine quella è una delle prime lezioni e diventa col tempo cosa semplice. C'è una piccola abitudine che mi distingue tra "quelli che aspettano con una rosa in mano" e cioé io strappo due petali e inizio a strofinarli tra loro, ne sento il velluto e addolcisco così la mia attesa sempre snervante. Magari siamo in tanti a farlo ma io che ne posso sapere.
Quando le bocche del minuscolo aereoporto si aprono la gente ci si sparge dentro come formiche alla ricerca di cibo, auto che corrono all'uscita di una galleria (metafore entrambe davvero banali ma che lasciamo passare ad un innamorato che oltretutto scrive su un blog, lontano quindi da qualsiasi idea di letteratura).
Tutti fuori aspettano con cartelli in mano dai nomi esotici e divertenti (Jogovic, Bertin de Molese, Anatarko, Franco, ecc... Non mi piace utilizzare l'eccetera, ma in questo caso rende l'idea).
Io ho il suo nome nel rosso dei petali che attendono la carezza dolce.
Tutti mi guardano come un'insetto strano e ridono.
Quando lei esce dall'instancabile bocca io dimentico ogni sguardo, forse addirittura mi punge qualche spina e non ci faccio caso. Voglio solo stringerla.
"Eres mi cielo", mi dice... io in queste circostanze non so più parlare.